La Sintesi

Quando noi eravamo giovani, nell’1985, avevamo un problema di analisi, di reperimento dati, di accesso alle fonti.

Fare una ricerca in ambito umanistico spesso significava andare a cercare testimonianze contenute in volumi rarissimi spesso conservati in luoghi inaccessibili. Oppure attingere al sapere di qualche studioso che avevi la fortuna di incontrare spesso contattandolo di persona o attraverso una lettera, o se avevi la fortuna di avere un numero di telefono aspettando di trovarlo a casa la sera. Il che poteva essere anche molto sconveniente.

A me è capitato così, mi sono innamorata della teoria di un’anziana studiosa che tutti consideravano sopra le righe e che aveva una teoria cross-mediale rispetto alla divulgazione della cultura cavalleresca. In un panorama che oggi definiremmo da comunicazione integrata lei mi raccontò una sera di come la cultura cavalleresca nata dai racconti orali, rappresentata sui muri dei palazzi signorili francesi, riuscì nel 1410 con l’invenzione della stampa a  diventare patrimonio popolare, rappresentata in piazza nei grandi tornei, diventare teatro nel 600 e morire sui carretti siciliani o nei teatri di marionette.

Fu in quel momento che scoprii la mia vera vocazione quella di indagare e connettere mondi.

Ed è quello che la rete mi permette di fare oggi con grandissima velocità e facilità. Ma a quel tempo fare sintesi era molto più facile. Bastava cucire insieme tutti i pezzi con intelligenza e veniva fuori un lavoro organico.

Voi, nativi digitali, non avete nessun problema problema di analisi. Anzi. Digitate Vikings e dopo due minuti vi ritrovate con manciate di vichinghi da quelli che in Minnesota giocano a football americano, ai personaggi dei fumetti, fino alle storie nordiche di grandi guerrieri.

E allora nasce il problema. Perché verrebbe da fare copia incolla ma poi tutto non funziona. E così bisogna capire cosa è pertinente o no, capire quali sono i “dots” da connettere, cosa è veramente rilevante cosa è ovvio.

Significa fare sintesi, semplificare, togliere l’ovvio e aggiungere significato.

Poi mettere in fila i puntini e creare il proprio discorso a supporto del proprio punto di vista.

Insomma quello che facciamo noi tutti i giorni facendo strategia: cerchiamo i punti fondamentali, li mettiamo infila e ci costruiamo il discorso sopra. Per arrivare sempre ad un obiettivo.

Quando cambia l’obiettivo, quando cambia l’interlocutore, cambia anche la strategia.

Ora lascerei da parte i concetti e proviamo a fare qualcosa che ci aiuti a capire cosa significa tutto ciò.

Ognuno di voi ha una storia, noi non ci siamo mai incontrati prima e abbiamo l’occasione di iniziare una conversazione.

“I mercati sono conversazioni”  diceva il Cluetrain Manifesto.(1999)

E’ cominciata a livello mondiale una conversazione vigorosa. Attraverso Internet, le persone stanno scoprendo e inventando nuovi modi di condividere le conoscenze pertinenti con relativa rapidità.

Come diretta conseguenza, i mercati stanno diventando più intelligenti e più veloci nella maggior parte delle aziende.

La parola conversazione presuppone che siamo almeno in due. Io e te.

Ecco la comunicazione presuppone che si sia almeno in due e che le parole viaggino con un obiettivo in testa.

Se io non so a chi parlo e che cosa voglio dirgli difficilmente riuscirò a comunicare.

Quindi ogni volta che voglio comunicare qualcosa a qualcuno devo sapere bene chi è questo qualcuno e adeguare il contenuto del mio messaggio tenendo sempre in mente perché lo faccio, in che modo lo faccio e cosa mi aspetto in termini di risposta.

Quindi ipotizziamo che il destinatario sia io, che non mi conoscete e volete farmi sapere chi siete.

Raccontatemelo in 140 caratteri. In un tweet.

Fate sintesi, semplificate, togliete l’ovvio e aggiungete significato.

Questo esercizio serve a farvi capire che:

1. La comunicazione è sempre un punto di vista, o meglio un aspetto del tutto. E la scelta di quale aspetto svelare dipende da cosa volete ottenere dal vostro messaggio.

2. Quale che sia il progetto che dovete affrontare, dopo la fase di analisi, di approfondimento del tema, dovete identificare tutto quello che è rilevante e scrutare tutto quello che non serve.

3. Che una buona idea, una buona strategia, un buon progetto funziona se sapete descriverlo in 140 caratteri. Altrimenti non è una buona idea se non è chiara neanche a voi.

4. Che il mondo oggi è sovraccarico di informazioni e che la persona che vi ascolta ha poco tempo e pochi neuroni liberi a disposizione. Quindi o siete sintetici e chiari o perdete una buona occasione di farvi ascoltare.

Ora dopo aver scritto il vostro curriculum in un tweet, vi chiedo di scrivere un curriculum sentimentale.

Come, perché, ma no, non li legga però. – proteste-

Perché? Vi chiedo.

Perché quando si tocca l’intimità tutto diventa più complicato. E vero. E autentico.

E allora perché buttate in rete la vostra intimità senza curarvi veramente di chi vi legge? Non pensate che un post di Facebook sia veramente un pezzo di comunicazione?

– silenzio –

Ma spesso la comunicazione migliore è quella che sa parlare all’intimità senza ferirla. Che sa essere autentica. E che per questo acquista valore. Per chi parla e per chi ascolta.

Potremmo guardare ogni vostra storia da n punti di vista: della professione, dei sentimenti, delle sconfitte, dei successi, delle paure. E sareste sempre voi. Ma ogni volta che si va verso la dimensione più personale la vostra storia diventa più fragile.

Che cosa abbiamo imparato oggi?

Che la comunicazione è sintesi, quale che sia la forma che assuma, un logo, un tweet, un post, un titolo, una storia, un oggetto di design.

Che il pensiero, o il design thinking è sintesi. he anche il progetto più elaborato parte da una sintesi.

Che ogni volta che mandiamo un messaggio, questo è sempre un punto di vista, una sfaccettatura, un modo di guardare le cose.

Ogni volta che vi metterete su un progetto ne darete un’interpretazione fra mille.

Foto del bellissimo libro Shortology firmato H57